Il tempo che si trova

 

Huracan

«Può piovere una volta, Eva porca

come Cristo qui dovrebbe comandare?

O piscia un goccettino d’acqua sporca

o viene giù una bomba nucleare.

Non abbiamo un accidenti per lavare

né panni, né stoviglie, né la sorca

ma quando, gesummio, sta per tuonare

ci pare che ci mandino alla forca.

Estate, primavera, autunno, inverno

trasportano tornadi ed uracani

che non s’è fatto il callo a quest’inferno.

O tetti scoperchiati più alluvione

o sole che ci brucia i deretani.

Insomma, non c’è più mezza stagione».

 

Ivanovich, Summer ’18

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Morire in vacanza

Cascina

 

a bordo piscina, esultando

ad ogni singolo fremito per un quasi gol

di striscio e ritrattando

le bieche giaculatorie contro te stesso

te ne stavi rintanato sotto una palma

emigrata, tipica della campagna

toscana a contemplarne l’orizzonte allontanato

e giallo.

 

del bambino, della mamma, della palla

ti ha catturato il curioso mix italosvevo,

un vernacolo che poteva somigliare

a qualche pellicola del principe De Curtis

nelle sembianze di un colonnello o di un maresciallo

(dei carabinieri).

 

l’innocenza incarnata ieri in un cinquenne

bruno con la stentorea vocina che gridava FEUER!

tutte le volte che il colpo in canna tra le acque

partiva emergendo negli schizzi al cloro

acquistava tra i denti un sapore di benzina

tra imbarazzo e balbettio, sorriso e ribrezzo

che faceva inerpicare sulle scapole curiali

di tutti i turisti accampati

il brivido scomposto di un passato abominio.

 

ma a cielo aperto, quei richiami del papà

ed il nome pronunciato da siciliano di Stoccarda

– CARLO! – risuonavano micidiali,

ai confini della realtà

insomma, un’ucronica evoluzione del RoBerTo.   

                           

Poi, ancora più assurdo, dalla sagoma maliarda

di quel mini uomo mèzzo e febbricitante

ecco l’accenno inerme di un Ciao partigiano

non appreso di certo negli asili d’Arminio.

 

Così preferivi morire, seppur condannato

alla ricerca in esilio di qualche cometa d’agosto,

nella supplice, zuccherosa, speranza

di finire sì ribaltato sulla tua sdraio a due piazze

ma con un’inedita fiducia infusa nella città futura.

 

così desideravi morire, abbandonati

all’aria i tuoi resti astratti,

trafitto da un gioioso plotone fanciullo:

 

“vae victis”

pensavi

come quel giorno, Togliatti.

 

Ivanovich, agosto 2018

Agosto, aspettando Godot…

 

Lolli

Vorrei farti vedere la mia vita
e gli oggetti che le girano intorno
e le luci che la rendono impaurita
fino dall’alba e fino al nuovo giorno.

Vorrei farti vedere la mia vita,
le bottiglie i piatti, sporchi, le canzoni,
raccontarti che mi bastano due dita
per dire alt, ok, contraddizioni…

Vorrei farti vedere il passaporto
un po’ ingiallito che ho dentro il portafogli
vorrei dirti che non sono ancora morto
anche se il mio tempo è schiavo dagli imbrogli.

Vorrei fare tutto questo ma ti guardo
e capisco che tu forse non lo vuoi
siamo gente, noi, lontana dal traguardo,
siamo lontani dagli errori e dagli eroi.

Poi c’è un bimbo che mi chiama con la mano
begli occhi neri,
tocca il mondo con le dita
l’avrei fatto anch’io soltanto ieri,
e oggi vorrei regalarti la mia vita.

Vorrei farti vedere la mia vita
un film sbagliato in cui non succede niente,
con degli attori che non sanno recitare,
non sono attori e non sono neanche gente.

Claudio Lolli

Come sugli autobus di questa Italia-nazi
che mi trasportano da un centro ad un macello
con della gente che propone di ammazzare
sia la cruna che l’ago e anche il cammello.

Ecco, vorrei che mi vedessi lì,
perduto in mezzo alla violenza del mio mondo
e poterti dire: “non può essere così, 
diamoci un bacio in questo brutto girotondo

E vorrei che mi vedessi alla stazione
mentre fumo, guardo i treni e bevo vino,
io vorrei che tu vedessi la mia vita
amando i punti del mio piccolo declino.

Poi c’è un bimbo che mi chiama con la mano
begli occhi neri,
tocca il mondo con le dita,
l’avrei fatto anch’io soltanto ieri,
e oggi vorrei farti vedere la mia vita.

L’avrei fatto anch’io soltanto ieri,
e oggi vorrei farti vedere la mia vita.

Claudio Lolli

28/03/1950 – 17/08/2018

Buche, la proposta della Raggi: “Roma sarà un grande campo da golf”

Golf Roma

Si tura il naso per votare il Pd: muore soffocato nella cabina elettorale

Beppe Grillo: “Finita l’epoca del Vaffanculo, inizia quella dell’Andate a Cagare”

Napoli: automobile Tesla si dà fuoco per truffare l’assicurazione

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Il trionfo del Berlusconi riabilitato: “Ho sconfitto la gonorrea”

Di Maio: “Faremo la storia, ma soltanto fino al medioevo”

Di Battista chiede alla Rete di scegliere il nome del suo cane

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Giù le mani da Assad: WWF si schiera in difesa del leader siriano

Corniglia: trova cadavere di turista americano sotto il suo letto

Erdogan telefona a Cavarra: “Da Ponzanelli lezione di democrazia”

Roma, Di Maio accende razzi segnalatori sul tetto del suo ministero

Doping, Eric Froome sfiderà Valentino Rossi al prossimo GP di San Marino

Alexsandr Ivanovich

Obbedisco

Camicie rosse

Malgrado sto tono semi-caustico

scarsamente abusato

ti spingo, con bigottismo plastico,

ad essermi addestrato.

 

È ora di cose serie,

non di medaglie al petto

 

È ora di parole d’ordine

e lotta all’ultima bile

 

perché in questa prefestiva settimana

Stracceremo i trattati ricattanti:

 

Viene il turno, infatti, della politica del rispetto

delle armi della cartomanzia e dell’ispirazione

della forza del super realismo di Stato.

 

Sarà indelicato, personale

Parlare in questo modo di un anno di conflitto

e di quali scopi benefici

potrà ancora portare

Tra la sabbia del Sahel o una costa coreana

questo mio debole fianco derelitto.

 

Nemico, riprenditi pure il Tirolo

ma non mi toccare più Trento:

giusto or ora ho l’intento

di rendermi pubblico,

critico nell’intimo

e tigre nel tuo povero

circo redento.

 

Ma se mai mi

dovessero un dì

catturare, sappi:

giammai ti

consegnerò il fucile

bensì

lo sputerò in faccia

solo

a chi non sa più comandare

 

Non te, che mi segui

con bagliori di ciglia

 

lontano da chi mi vuol male.

 

Ivanovich

Matthaus (Uber alles)

Lothar Matthaus.jpg

 

Con quel nome circense

da domatore

di leoni della Baviera

 

e un cognome da barbaro

cristianizzato in fretta e furia

(o da santo deutschizzato

grazie ai Goti)

 

non potevi fare altro

che il leader da fiera.

 

Così

sei capitato

nel barnum dei pie’ calzati

a disegnare parabole al mentolo

frustando avversari e spettatori

con due cosce così tornite

da trainarci un tir

 

Forse per questo qualche pennaiolo

imbiancato

esperto di tuttologia applicata

ti aveva definito

un gran trattore,

lanciato

sulla folla ai 100 allora

 

ma io

che ti ho visto veramente

dal vivo

coi due occhi

imberbi e ancor oggi commossi

posso affermare

senza ombra di smentite

che:

 

  1. eri un poeta con l’abito di Rambo
  2. un esteta col mitragliatore
  3. un lanzichenecco armato

di una tavolozza.

 

Che quell’anima da conduttore nato

“oberstleutnant”

di panzer-divisionen

 

ti è rimasta addosso come una vera pelle

nonostante una scarpina

fatata

MISURA 41

che un po’

stonava

con la tua corazza

metallara

 

A parte ciò

c’era molto in te di noi pseudolatini

più fusi con voialtri di quanto vi crediate:

amavi infatti oltremodo i vini

dell’Oltrepò

pavese

che i noiosi casalinghi Oktoberfest,

e poi,

più donnaiolo

di tanti provinciali dongiovanni,

più ribelle

di un paninaro di Lambrate.

 

Per tutte queste divertenti anomalie,

in quanto crucco,

stimatissimo fosti dal profeta

della menighinità stampata,

Colui che poi avrebbe intitolato

la più illustre, in Lombardia, pinacoteca.

 

Oh quante popò

di mani hai spezzettato

con quelle bombe

fiondate nelle porte

come saette

al fulmicotone!

 

Ed il mondiale

a Roma,

col pallone

d’oro sollevato al Meazza

sotto l’egida del Trap

tra le urla della curva della pazza

più che amata sposa,

 

dove lo mettiamo?

 

Ti rimembriamo

invitto,

eroico fuoriclasse

d’acciaio zincato

 

sostituito, trionfante

e applaudito

da catalani e inglesi

nella finale

dell’unico solo titolo

assente

in quella tua bacheca sterminata

 

Fu un bambino

norvegese

con la faccia d’assassino

ad uccidere l’ultimo tuo sogno

in due minuti

scarsi di recupero

 

ma tu non ne avevi alcun bisogno:

ormai lo sapevi

come si propaga un mito.

 

Alexandr Ivanovich

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Riina

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A. Ivanovich, luglio – novembre 2017