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Incendio di Marinella

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A. Ivanovich, aprile – giugno 2017

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Il comizio

Piazza Venezia

Amore

mai

migliora

, casomai

Amplifica. Amore è un microfono

propagandante nell’aria

l’Essere tuo, null’altro che esso

 

altrimenti spento, o quantomeno

in sonno

sempre vivo, d’accordo,

anche se non

divampato.

 

Quel che vorrei suggerirvi, o popolo, è il seguente:

Amore non crea e non distrugge un bel niente.

 

esulta

Candido

se sei ricambiato:

lo sai che il timer

prima o poi va cambiato

e non credere che il giochino

valga poi tanto

la tua candela

 

Non resterà acceso a lungo il fuoco

di giorni chiuso come la prigionia

d’un Mandela

affranto: approfitta

della situazione,

fai l’arrampicatore

sentimentale, patteggiati

la multa

per divieto di permanenza

sulla zona pedonale

di questo mio elettorato.

 

Ma se Merda sei, o innamorato,

ascoltami: Amore

non fa come in un cartone

Animato. semmai

il tuo odore sarà elevato

al cielo e considerato

un stronzo vero

Alto come un solido

grattacielo

di Manhattan.

 

Non ti verrà

voglia di mutare

anzi

ti crederai

d’esser nel giusto, indi continuerai

a sapere di merda

sbaragliando la concorrenza

letale

che ti circonda.

 

Ma arriviamo al punto 2:

Amore non è un film.

 

Inutile illuderti un protagonista

alla moda, d’avere

le luci puntate sulla schiena:

rammentati che, in generale, quando stazioni

in quello Stato

Non ti fila nessuno, spesse volte neanche

il soggetto

amato.

 

Non hai un pubblico guardone

e fanatico

che conosce a menadito

tutti i passaggi

Della tua narrazione,

a te sembra

D’udire una voce che dice: “Vai, provaci,

muoviti!!!” Ma non è così. A nessuno importa

delle tue vicissitudini

interne; a nessuno, neanche ai più cari

amici

fraterni.

 

Per concludere, o uditorio incerto,

aggiungerei un ultimo concetto, il Punto 3:

Amore è fascismo.

 

Dirai, delira.

 

Amore è fascismo

perché schiaccia, soverchia, impone, obbliga, annienta;

perché ridonda ridicolo ed esagerando camuffa

e nulla fa

per non dimostrare

la sua idiozia

anzi ne è fiero, orgoglione,

come un fascista, appunto.

 

E’ ciò che esigo sottolineare, o melma informe:

Amore vuole sempre la sua uniforme

sotto la pelle e questo è un problema

per l’anima libera.

 

Libera ho detto, non sola.

 

Perché il Solo si darebbe in molo

Pur di rimanere sotto l’egida

dittatoriale. Venderebbe chissà che

per finire torturato,

Rinchiuso in un carcere -ma non in isolamento-

prigioniero sì, ma

decisamente contento.

Alexandr Ivanovich

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A. Ivanovich, novembre-dicembre 2016

La genìa di Virginia

virginia

Nella mia città, e chi l’avrebbe detto

c’è uno slargo intitolato a un’eroina

che porta il cognome di un regista

di certe commediuole anni ‘90.

 

Lei era sgaggia, bella, intelligente e tanta,

nobile, arrivista e sapeva le lingue (anche la latina).

Un notevole curriculum vitae et studiorum

da spedire al Presidente del Consiglio.

 

La ragazza voleva far carriera ed il coniglio

dal cilindro magico del fato attendeva,

con ansia, da un momento all’altro,

fino al giorno che bussò mentre era al trucco.

 

Così piantò di punto in bianco quel gran becco

del marito e si dannò anima e corpo alla sua impresa:

divenire celeberrima e realizzare qualcosa

da imprimer nei rotocalchi (che c’eran già) a sfondo rosa.

 

Era l’epoca che si stava progettando quel Bel Paese dove il Crucco

imperversava e il Presidente (del Piemonte), letto avidamente

il suo C.V (e soprattutto dopo averla provinata)

stanziò immediatamente di mandarla a far da balia

 

nientepopòdimenoché all’Empereur.

Una mission, capirete, molto delicata:

snidare quel pollastro di Napoleon

per fargli siglare un dì la carta di Plombieres!

 

Mais rien peur: non v’er salotto, vizio o mestiere

ch’ella non conoscesse meglio di chi altro,

lei, prototipo del fenotipo tipico

che oggi chiameremmo tipo “escort”.

 

Così tra un gloria patri e un’avemaria

(come inizio) l’ampia scollatura e l’assortita bigiotteria

fecero il resto. Lei flesciò con la sua galanteria

il nipotino d’oro e conquistò il favoloso “Primo Premio della Spia”.

 

I libri ci han spiegato com’è andata:

lì per lì niente di che, ma poco dopo,

sarà un caso fortuito, questo sì, però

nessuno può negare che l’Italia è nata.

 

Fu lei che morì povera in canne e dimenticata,

condizione stereotipata di molti miti

(prendi Colombo ad esempio, stessi guai)

Che ci rimane? Uno sceneggiato Rai,

 

una leggenda sbiadita, una bellezza

ormai d’antonomasia, un orgoglio

di casa nostra, una piazzetta decentrata

e giusto giusto, appena appena

 

una grigia ombra velata da sottile angoscia:

quella d’esser tutti pronipoti di bagascia.

Alexandr Ivanovich

Nobel oblige

I laid on a dune I looked at the sky
When the children were babies and played on the beach
You came up behind me, I saw you go by
You were always so close and still within reach.

Sara, Sara
Whatever made you want to change your mind
Sara, Sara
So easy to look at, so hard to define.

I can still see them playing with their pails in the sand
They run to the water their buckets to fill
I can still see the shells falling out of their hands
As they follow each other back up the hill.

Sara, Sara
Sweet virgin angel, sweet love of my life
Sara, Sara
Radiant jewel, mystical wife.

Sleeping in the woods by a fire in the night
Drinking white rum in a Portugal bar
Them playing leapfrog and hearing about Snow White
You in the marketplace in Savanna-la-Mar.

Sara, Sara
It’s all so clear, I could never forget
Sara, Sara
Loving you is the one thing I’ll never regret.

I can still hear the sounds of those Methodist bells
I’d taken the cure and had just gotten through
Staying up for day in the Chelsea Hotel
Writing “Sad-Eyed Lady of the Lowlands” for you.

Sara, Sara
Wherever we travel we’re never apart
Sara, Sara
Beautiful lady, so dear to my heart.
How did I meet you ? I don’t know
A messenger sent me in a tropical storm
You were there in the winter, moonlight on the snow
And on Lily Pond Lane when the weather was warm.

Sara, Sara
Scorpio Sphinx in a calico dress
Sara, Sara
You must forgive me my unworthiness.

Now the beach is deserted except for some kelp
And a piece of an old ship that lies on the shore
You always responded when I needed your help
You gimme a map and a key to your door.

Sara, Sara
Glamorous nymph with an arrow and bow
Sara, Sara
Don’t ever leave me, don’t ever go.

Bob Dylan, Sara – 1975
dario-fo-bob-dylan-premio-nobel-letteratura
….
MATTO Commissario, mi tenga qui con lei o mi butto dalla finestra… A che piano siamo? Al terzo…? Be’, quasi regolamentare. Mi butto! Mi butto, e quando sono sotto, ormai morente, sfracellato sul selciato, che rantolo… perché io sono duro a morire… io non sono fragile come l’anarchico, che per un salto di soli quattro piani, dopo il botto era già in coma… così che ai giornalisti che sono accorsi non è riuscito a raccontare niente… No, io ai giornalisti racconto… sempre col rantolo, che siete stati voi a buttarmi giù! Mi butto! (Corre alla finestra).
COMMISSARIO BERTOZZOTOZZO (cerca di fermarlo) Per favore: piantala! (Al Primo Agente) Spranga la finestra! Il Primo Agente esegue.
MATTO E io mi butto dalla tromba delle scale. (Corre verso la porta).
COMMISSARIO BERTOZZOTOZZO Perdio! Adesso basta davvero! Seduto. (Lo scaraventa sulla sedia. Al Primo Agente) Tu chiudi la porta a chiave… togli la chiave…
MATTO E buttala dalla finestra… Il Primo Agente, stordito, va verso la finestra.
COMMISSARIO BERTOZZOTOZZO Sì, buttala! No, mettila nel cassetto… chiudi il cassetto a chiave… togli la chiave… Il Primo Agente esegue meccanicamente.
MATTO Mettila in bocca e ingoiala!
COMMISSARIO BERTOZZOTOZZO No, no, e poi no! A me non m’ha mai preso nessuno per il sedere! (Al Primo Agente) Dammi ‘sta chiave. (Apre la porta. Al Matto) Fuori, vattene… e buttati pure dalle scale… fai come ti pare… fuori… o vado fuori io da Matto! (Lo sospinge fuori dalla stanza). MATTO No Commissario… lei non può! Non faccia l’abusivo… Non spinga così… La prego, perché mi vuol far scendere?… Non è la mia fermata!
COMMISSARIO BERTOZZOTOZZO Fuori! (È riuscito a liberarsi dal Matto. Accosta la porta) Oh, finalmente!
PRIMO AGENTE Signor Commissario devo ricordarle che c’è la riunione dal dottor Bellati… e siamo già in ritardo di cinque minuti.
COMMISSARIO BERTOZZOTOZZO Perché, che ore sono? (Guarda l’orologio) Per la miseria! Quel disgraziato m’ha fatto perdere la trebisonda… Andiamo, sbrigati…
Escono dalla porta di sinistra. Alla porta di destra si riaffaccia il Matto.
Dario Fo e Franca Rame, Morte accidentale di un anarchico – 1970