Agosto, aspettando Godot…

 

Lolli

Vorrei farti vedere la mia vita
e gli oggetti che le girano intorno
e le luci che la rendono impaurita
fino dall’alba e fino al nuovo giorno.

Vorrei farti vedere la mia vita,
le bottiglie i piatti, sporchi, le canzoni,
raccontarti che mi bastano due dita
per dire alt, ok, contraddizioni…

Vorrei farti vedere il passaporto
un po’ ingiallito che ho dentro il portafogli
vorrei dirti che non sono ancora morto
anche se il mio tempo è schiavo dagli imbrogli.

Vorrei fare tutto questo ma ti guardo
e capisco che tu forse non lo vuoi
siamo gente, noi, lontana dal traguardo,
siamo lontani dagli errori e dagli eroi.

Poi c’è un bimbo che mi chiama con la mano
begli occhi neri,
tocca il mondo con le dita
l’avrei fatto anch’io soltanto ieri,
e oggi vorrei regalarti la mia vita.

Vorrei farti vedere la mia vita
un film sbagliato in cui non succede niente,
con degli attori che non sanno recitare,
non sono attori e non sono neanche gente.

Claudio Lolli

Come sugli autobus di questa Italia-nazi
che mi trasportano da un centro ad un macello
con della gente che propone di ammazzare
sia la cruna che l’ago e anche il cammello.

Ecco, vorrei che mi vedessi lì,
perduto in mezzo alla violenza del mio mondo
e poterti dire: “non può essere così, 
diamoci un bacio in questo brutto girotondo

E vorrei che mi vedessi alla stazione
mentre fumo, guardo i treni e bevo vino,
io vorrei che tu vedessi la mia vita
amando i punti del mio piccolo declino.

Poi c’è un bimbo che mi chiama con la mano
begli occhi neri,
tocca il mondo con le dita,
l’avrei fatto anch’io soltanto ieri,
e oggi vorrei farti vedere la mia vita.

L’avrei fatto anch’io soltanto ieri,
e oggi vorrei farti vedere la mia vita.

Claudio Lolli

28/03/1950 – 17/08/2018

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Alexsandr Ivanovich

Obbedisco

Camicie rosse

Malgrado sto tono semi-caustico

scarsamente abusato

ti spingo, con bigottismo plastico,

ad essermi addestrato.

 

È ora di cose serie,

non di medaglie al petto

 

È ora di parole d’ordine

e lotta all’ultima bile

 

perché in questa prefestiva settimana

Stracceremo i trattati ricattanti:

 

Viene il turno, infatti, della politica del rispetto

delle armi della cartomanzia e dell’ispirazione

della forza del super realismo di Stato.

 

Sarà indelicato, personale

Parlare in questo modo di un anno di conflitto

e di quali scopi benefici

potrà ancora portare

Tra la sabbia del Sahel o una costa coreana

questo mio debole fianco derelitto.

 

Nemico, riprenditi pure il Tirolo

ma non mi toccare più Trento:

giusto or ora ho l’intento

di rendermi pubblico,

critico nell’intimo

e tigre nel tuo povero

circo redento.

 

Ma se mai mi

dovessero un dì

catturare, sappi:

giammai ti

consegnerò il fucile

bensì

lo sputerò in faccia

solo

a chi non sa più comandare

 

Non te, che mi segui

con bagliori di ciglia

 

lontano da chi mi vuol male.

 

Ivanovich

Matthaus (Uber alles)

Lothar Matthaus.jpg

 

Con quel nome circense

da domatore

di leoni della Baviera

 

e un cognome da barbaro

cristianizzato in fretta e furia

(o da santo deutschizzato

grazie ai Goti)

 

non potevi fare altro

che il leader da fiera.

 

Così

sei capitato

nel barnum dei pie’ calzati

a disegnare parabole al mentolo

frustando avversari e spettatori

con due cosce così tornite

da trainarci un tir

 

Forse per questo qualche pennaiolo

imbiancato

esperto di tuttologia applicata

ti aveva definito

un gran trattore,

lanciato

sulla folla ai 100 allora

 

ma io

che ti ho visto veramente

dal vivo

coi due occhi

imberbi e ancor oggi commossi

posso affermare

senza ombra di smentite

che:

 

  1. eri un poeta con l’abito di Rambo
  2. un esteta col mitragliatore
  3. un lanzichenecco armato

di una tavolozza.

 

Che quell’anima da conduttore nato

“oberstleutnant”

di panzer-divisionen

 

ti è rimasta addosso come una vera pelle

nonostante una scarpina

fatata

MISURA 41

che un po’

stonava

con la tua corazza

metallara

 

A parte ciò

c’era molto in te di noi pseudolatini

più fusi con voialtri di quanto vi crediate:

amavi infatti oltremodo i vini

dell’Oltrepò

pavese

che i noiosi casalinghi Oktoberfest,

e poi,

più donnaiolo

di tanti provinciali dongiovanni,

più ribelle

di un paninaro di Lambrate.

 

Per tutte queste divertenti anomalie,

in quanto crucco,

stimatissimo fosti dal profeta

della menighinità stampata,

Colui che poi avrebbe intitolato

la più illustre, in Lombardia, pinacoteca.

 

Oh quante popò

di mani hai spezzettato

con quelle bombe

fiondate nelle porte

come saette

al fulmicotone!

 

Ed il mondiale

a Roma,

col pallone

d’oro sollevato al Meazza

sotto l’egida del Trap

tra le urla della curva della pazza

più che amata sposa,

 

dove lo mettiamo?

 

Ti rimembriamo

invitto,

eroico fuoriclasse

d’acciaio zincato

 

sostituito, trionfante

e applaudito

da catalani e inglesi

nella finale

dell’unico solo titolo

assente

in quella tua bacheca sterminata

 

Fu un bambino

norvegese

con la faccia d’assassino

ad uccidere l’ultimo tuo sogno

in due minuti

scarsi di recupero

 

ma tu non ne avevi alcun bisogno:

ormai lo sapevi

come si propaga un mito.

 

Alexandr Ivanovich

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A. Ivanovich, aprile – giugno 2017

Il comizio

Piazza Venezia

Amore

mai

migliora

, casomai

Amplifica. Amore è un microfono

propagandante nell’aria

l’Essere tuo, null’altro che esso

 

altrimenti spento, o quantomeno

in sonno

sempre vivo, d’accordo,

anche se non

divampato.

 

Quel che vorrei suggerirvi, o popolo, è il seguente:

Amore non crea e non distrugge un bel niente.

 

esulta

Candido

se sei ricambiato:

lo sai che il timer

prima o poi va cambiato

e non credere che il giochino

valga poi tanto

la tua candela

 

Non resterà acceso a lungo il fuoco

di giorni chiuso come la prigionia

d’un Mandela

affranto: approfitta

della situazione,

fai l’arrampicatore

sentimentale, patteggiati

la multa

per divieto di permanenza

sulla zona pedonale

di questo mio elettorato.

 

Ma se Merda sei, o innamorato,

ascoltami: Amore

non fa come in un cartone

Animato. semmai

il tuo odore sarà elevato

al cielo e considerato

uno stronzo vero

Alto come un solido

grattacielo

di Manhattan.

 

Non ti verrà

voglia di mutare

anzi

ti crederai

d’esser nel giusto, indi continuerai

a sapere di merda

sbaragliando la concorrenza

letale

che ti circonda.

 

Ma arriviamo al punto 2:

Amore non è un film.

 

Inutile illuderti un protagonista

alla moda, d’avere

le luci puntate sulla schiena:

rammentati che, in generale, quando stazioni

in quello Stato

Non ti fila nessuno, spesse volte neanche

il soggetto

amato.

 

Non hai un pubblico guardone

e fanatico

che conosce a menadito

tutti i passaggi

Della tua narrazione,

a te sembra

D’udire una voce che dice: “Vai, provaci,

muoviti!!!” Ma non è così. A nessuno importa

delle tue vicissitudini

interne; a nessuno, neanche ai più cari

amici

fraterni.

 

Per concludere, o uditorio incerto,

aggiungerei un ultimo concetto, il Punto 3:

Amore è fascismo.

 

Dirai, delira.

 

Amore è fascismo

perché schiaccia, soverchia, impone, obbliga, annienta;

perché ridonda ridicolo ed esagerando camuffa

e nulla fa

per non dimostrare

la sua idiozia

anzi ne è fiero, orgoglione,

come un fascista, appunto.

 

E’ ciò che esigo sottolineare, o melma informe:

Amore vuole sempre la sua uniforme

sotto la pelle e questo è un problema

per l’anima libera.

 

Libera ho detto, non sola.

 

Perché il Solo si darebbe in molo

Pur di rimanere sotto l’egida

dittatoriale. Venderebbe chissà che

per finire torturato,

Rinchiuso in un carcere -ma non in isolamento-

prigioniero sì, ma

decisamente contento.

Alexandr Ivanovich