Ventinove di giugno

Povero

come un mollusco

portuale, districato

tra mille peripezie e lattine,

sudato e puzzolente

come una latrina di lager,

mi ritrovavo solo, abbandonati

amici, parenti, treni e segreti

per le ways of my

hometown.

 

E si sa che l’odore

della città entra nelle

cavità orali e polmonari:

il sapore di frazioni di libertà

otturava le papille e le pupille

brillavano come stelle filanti

nel cielo.

Stella

Forse vittima della sua fisicità

quasi felice della situazione

angusta venutasi a creare

e di ventiquattro estati

sul groppone,

pensavo al magone così intenso

che possedevo

– e se ci ripenso

mi ritorna tuttora – :

 

tutt’altero,

sincero e decisionista

mi avviavo

al Centro Allende e Salvador

Dalì si pronunciava

severo.

 

La persistenza del mio movimento e

dei passi avvicendati al concerto

di Fossati

superavano le tende

e i teloni del palco

 

poi, bello come il vento, mi riportavo

alla Femmina, pronto al suo molteplice

tradimento morale

mentre mi si ficcava nella mente

l’immagine assente e volitiva

della Sfinge.

 

Straccione, oltrepassai la recinzione

con il pass dei V.I.P accanto

al Prefetto,

al Sindaco, all’Assessore, al Futuro

Senatore, al questore

in perfetto stile “non

saprei che dire”

 

ed udendo cantare d’amore

rinverdendo il suo sorriso

nel mio e la fronte bianca, lunare

e lineare, con una stellina d’argento

emergente tra la riga del seno

mi sono

sentito

un po’ in debito

con l’universo

come se

non ne

avessi già

sparsi

per il mondo intero

 

Alexandr Ivanovich

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